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L'IP non identifica una persona, ma un computer
Nel 2006, Brian Johnson, cittadino di Los Angeles, aveva presentato denuncia contro Microsoft, rea, a suo dire, di aver installato software WGA (Windows Genuine Advantage) sui sistemi dei consumatori senza prima fornire loro la possibilità di una scelta informata. Alla denuncia di Johnson è seguita una class action di numerosi consumatori che si sono uniti nella causa contro BigM.
Secondo l’accusa, il sistema di controllo della validità del sistema operativo installato sulla macchina si sarebbe comportato come una sorta di spyware, attingendo a dati che gli utenti avrebbero voluto veder rimanere riservati, in particolare l’indirizzo IP. BigM aveva replicato alle accuse, chiarendo che uno spyware è un software nascosto installato nel PC dell’utente senza il suo consenso e con scopi malevoli, mentre WGA è solo un sistema per verificare l’autenticità dei prodotti di Redmond utilizzati in una macchina. In secondo luogo, sosteneva BigM, la conoscenza di un indirizzo IP non comporta l’identificazioni in automatico dei una persona, ma si limita a individuare il computer. Richard Jones, giudice della Corte federale della città di Seattle, ha dato in queste ore ragione a Microsoft: l’indirizzo IP identifica solo la macchina, non la persona, pertanto non può considerarsi un dato personale.
È vero che la raccolta di informazioni tramite Internet deve avvenire mediante consenso informato, ma, come già spiegato dall’avvocato Guido Scorza in occasione di una sentenza per un processo inerente il download illegale di contenuti digitali, l’indirizzo IP non identifica la responsabilità oggettiva di un utente, in quanto quella macchina potrebbe essere utilizzata da chiunque. Tuttavia, le autorità per la garanzia dei dati personali di mezzo mondo hanno da tempo invitato gli operatori della Rete a una gestione prudente e accorta della raccolta e della conservazione degli indirizzi IP.
Autore: Marcello Tansini
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